mercoledì 7 febbraio 2018

COME FAR SCAPPARE 
I BRAVI DIRETTORI DI MUSEI 
E VIVERE  FELICI

Ma possibile che, con tutto quello che ci succede intorno, con i problemi che affliggono il futuro del paese di fronte a una tornata elettorale che lascerà il parlamento nell’incertezza, ci si debba occupare di Tomaso Montanari? Ebbene sì, ci tocca anche questa. Cos’è successo? Che il Consiglio di Stato, supremo organo di giustizia amministrativa, ha messo in mora le nomine di direttori di museo che non hanno la cittadinanza italiana. Non possono difendere istituzioni di rilevante interesse nazionale, dicono i magistrati; e si prendono un po’ di tempo per decidere, anche perché le opinioni, all’interno dello stesso Consiglio, sono divergenti. E Montanari, come  è logico, ha gioito. In un ispirato articolo su Repubblica ci spiega che la legge è scritta male, che Franceschini non sa fare il suo mestiere, o ha collaboratori inadeguati. E che la riforma aveva nominato direttori senza risorse, non provenienti da grandi musei ma anzi, ”figure di secondo o più spesso di terzo piano”.
Poco sotto, come se questo dimostrasse l’assunto, ci informava che il direttore degli Uffizi ha annunciato, a metà mandato, che andrà a dirigere il Kunsthistorisches Museum di Vienna. Segno, a suo parere, che la riforma non funziona.
Ora qui Montanari deve mettersi d’accordo con se stesso. Se il direttore degli Uffizi, già dirigente di importanti musei in Germania e negli Usa, ha deciso di andarsene a dirigere a Vienna uno dei più importanti musei d’Europa, vuol dire che proprio di secondo piano non era. Né lui, né altri colleghi stranieri chiamati in importanti musei, che tra l’altro vantano un notevole aumento di visitatori e di introiti. Vuol dire, forse, che ha capito che il Consiglio di Stato potrebbe mandar via anche lui, e ha cercato una sistemazione prima che accada.
Ma Montanari dovrebbe anche spiegare perché, se chi non è cittadino italiano non può tutelare le istituzioni nazionali in Italia, questo può succedere altrove. Infatti l’ormai ex direttore degli Uffizi ha diretto l’importante museo di Baltimora e ora va a Vienna, pur essendo cittadino tedesco. Cosa accade? All’estero sono così stupidi da lasciare che gli stranieri gestiscano le loro istituzioni e solo noi italiani siamo così accorti da evitare che pericolosi stranieri si impadroniscano dei nostri musei? Non è, per caso, che la nazionalità non c’entra niente e che quello che vale, in questo caso, è la competenza e la capacità manageriale? A Montanari non va giù che, poiché la Costituzione indica che chi ricopre cariche pubbliche debba “adempiere con disciplina e onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”, questo compito venga affidato a, chessò, un tedesco. Per non parlare della parola “manageriale”, che a Montanari fa venire la pelle d’oca, perché pensa che i musei siano dei centri di ricerca scientifica e che il numero di visitatori non conti nulla. Buffa opinione, per chi si dichiara di sinistra: pensare che i musei siano fatti per un’élite di studiosi e non per le masse. Che stiano a casa, a guardare la tv, quegli ignoranti.
Ecco, la situazione del paese non è allegra, ma questo caso non è estraneo al declino di autorevolezza e competitività che affligge l’Italia. Se non abbiamo capito che siamo in Europa, e non in un paese isolato, che può accadere che un tedesco abbia più disciplina, onore, e magari anche doti intellettuali e manageriali di qualche funzionario italiano, come speriamo di affrontare le sfide della globalizzazione? E se il nostro provincialismo ci porta a pensare che è sempre meglio difendere i burocrati nostrani e non metterli in competizione con le intelligenze che popolano il continente, quando riusciremo a superare l’inerzia e l’inefficienza cronica della nostra pubblica amministrazione? Infine, se a ogni innovazione quelli che si qualificano “progressisti” reagiscono con il rifiuto di ogni novità e la difesa a oltranza dello status quo, che cambiamento potremo mai aspettarci, e da chi? Dai conservatori?

Montanari è un ottimo storico dell’arte. Ma se questa dovesse essere la classe dirigente che aspetta di prendere il posto di chi ha – forse mediocremente, ma dignitosamente - gestito il paese negli ultimi anni, siamo fritti. Dei talebani della cultura, dei fondamentalisti del sindacalismo statalista, dei nazionalisti di estrema sinistra non abbiamo proprio bisogno. Che facciano il loro mestiere, ma evitino di bloccare ogni tentativo di modernizzazione dello stato, per piacere. Ne abbiamo avuti già troppi, di personaggi bizzarri, in posti chiave del paese. Ora vorremmo persone sensate.  

mercoledì 31 gennaio 2018

ASCOLTARE E' UN MESTIERE DIFFICILE

Nel momento in cui quotidiani e televisione pagano un pesante tributo allo sviluppo della comunicazione in rete, qual è lo stato di salute della radio? Se lo chiede Giorgio Zanchini nel suo nuovo libro, La radio nella rete, Donzelli, e la risposta è: la radio se la cava meglio degli altri. Anzi: “in una rete dove gli scambi e i cosiddetti ‘prestiti mediali’ sono continui, può persino prosperare”. Questo, soprattutto perché si è adattata tanto alla tecnica che alla tempistica dei nuovi media. Invece di esserne fagocitata, li ha integrati, ne ha sfruttato le potenzialità a proprio vantaggio, e ha usato l’allargamento della platea dei prosumers, i produttori-consumatori, per essere ancora più rapida e “leggera” nel rapporto con l’attualità.
Per capire come si è verificata la sopravvivenza del più vecchio dei media senza fili, bisogna considerare più elementi. Zanchini da un lato ripercorre le osservazioni dei grandi che hanno riflettuto sulle caratteristiche del mezzo, da Arnheim a Brecht, da McLuhan a Eco, e dall’altro ricorda il modo in cui, nel tempo, la radio si è evoluta, e ne trae una serie di conclusioni semplici ma illuminanti.
Contrariamente ai mezzi “pesanti”, giornali e tv, la radio è stata la prima ad aprirsi al contributo del pubblico, anche in diretta, offrendo strumenti di condivisione – forse illusori, dice Zanchini, ma comunque coinvolgenti – che sono gli stessi dei mezzi digitali. Se la rete è essenzialmente un mezzo di comunicazione senza mediatori, però, la radio mantiene forme di intermediazione, e quindi di autorevolezza, anche se è sempre più aperta al contributo degli ascoltatori, e ha quindi un profilo più orizzontale degli altri mezzi tradizionali.
Tecnicamente, la radio è il più duttile dei media, perché può essere ascoltata con strumenti diversi e in tempi e luoghi diversi. Ogni programma può essere ascoltato in diretta, in streaming, registrato, recuperato in podcast  e selezionato senza limiti nell’offerta di un numero enorme di stazioni. “La trasmissione oltre ad avere un durante (…) ha ormai un prima e un dopo”. Insomma, per certi versi si tratta del mezzo più aperto a ogni forma di fruizione, nel tempo e nello spazio.
Se la radio ha mantenuto tanta vitalità, è perché è un mezzo di parola, perché si basa su un elemento fondamentale dei rapporti umani: la conversazione. Un elemento che richiama ideali illuministi, anche se non sempre conduttori e ascoltatori sono all’altezza della sfida di portare profondità e riflessione sui grandi temi del presente.
Il libro è ricco di informazioni sul panorama delle emittenti in Italia e all’estero, sui modelli di programmazione, di flusso o di palinsesto, sulle caratteristiche del pubblico e sui modelli di conduzione. Particolarmente interessanti alcuni “decaloghi”, da quello di Gadda a quello di Sinibaldi, e  le osservazioni sulla lingua e sulla sintassi della radio. Oltre ad essere una miniera di informazioni, però, il libro è  strumento di riflessione, non soltanto sullo specifico radiofonico ma anche, in generale,  sui processi comunicativi nell’era digitale.
Una domanda centrale è quella su che spazio resti per l’ascolto attento, “nell’era della disattenzione, della connessione perenne”. E se ci siano dei rischi, in questo processo di ibridazione che ha trasformato la radio nel più multimediale dei mezzi di comunicazione. “Ho l’impressione che possa esserci una perdita in termini di profondità e di chiarezza”, dice Zanchini; che la soglia dell’attenzione rischi di calare, che ci sia un’inevitabile perdita di concentrazione. Contro i cantori del multitasking, bisogna ammettere che “il cervello fatica a gestire in modo logico ed efficiente tutte le attività che gli chiediamo in simultanea”.  Qui il rischio maggiore: “Alcune conseguenze della rivoluzione digitale, in particolare frammentazione, disattenzione, connessione perenne, possono impoverire uno degli spazi in cui la comunità riflette assieme”. Ecco, questo mi pare il vero nodo del rapporto tra radio e rete, e forse della trasmissione di informazione e conoscenza nel tempo della rivoluzione digitale. Il continuo flusso di informazioni non è pericoloso perché contiene troppa sostanza. E’ pericoloso che noi si perda la capacità di discernere non – come vuole la moda – tra notizie vere e fake news, ma tra quello che ci serve e quello che è superfluo. In questa prospettiva, la radio non sfugge al destino di tutti i mezzi nell’entropia informativa della contemporaneità. Se non avremo gli strumenti per selezionare ed analizzare i contenuti del flusso informativo, saremo connessi, ma non saremo in grado di connettere tra loro gli elementi che servono ad avere coscienza critica del presente; avremo sempre più informazioni, ma meno conoscenze, e meno capacità di interpretare la complessa realtà che ci circonda.

Da "L'immaginazione", febbraio 2018



AVERE BRAVI MAESTRI

Si è un po’ sopita la polemica suscitata da un provvedimento che potrebbe impedire a chi ha soltanto il titolo di maturità magistrale di insegnare nelle scuole elementari. Mi par di capire che gli interventi che si sono succeduti, sulla stampa e sugli altri media, hanno visto prevalere l’opinione di chi ritiene che, per insegnare ai bambini, sia necessaria una laurea. Le motivazioni sono diverse, ma emerge soprattutto l’idea che oggi l’insegnamento sia un impegno molto più complesso del passato, che siano necessari princìpi pedagogici scientifici, che solo una preparazione universitaria può dare.
Devo dire che per certi versi sono d’accordo: più si studia, meglio è. E questo non vale soltanto per i maestri. Sono convinto che anche per chi si sente portato a mestieri che non prevedono un impegno intellettuale, un corso di studi universitario può esser utile. Maturare una cultura approfondita fa bene a tutti, e fa far meglio ogni mestiere, da quello dell’idraulico a quello dell’insegnante. La preparazione, poi, per chi deve occuparsi della formazione dei cittadini di domani, non può essere né affrettata né superficiale. E’ vero.
I dubbi, invece, mi vengono dal fatto che quelli ai quali dovrebbe essere interdetto l’accesso ai ruoli  siano maestri che già insegnano, spesso anche da molto tempo. Credo che, per l’insegnamento elementare, la pratica sia fondamentale, e una vocazione sia determinante. In mancanza dell’una e dell’altra, secondo me, un titolo universitario non basta, a fare un buon insegnante.
Ma il motivo per cui sono portato a pensare che il provvedimento sia inopportuno è che la storia ci ha insegnato che si può essere dei grandi educatori senza aver avuto titoli di studio elevati. Non penso soltanto al maestro Perboni, o alla maestrina dalla penna rossa del libro Cuore; penso ad alcuni grandi, che magari poi hanno conquistato titoli importanti, ma che dall’istituto magistrale venivano, e hanno lasciato tracce significative nelle scuole dove hanno insegnato come nella cultura nazionale e internazionale. Forse il nostro legislatore non lo sa, ma due grandi poeti come Zanzotto e Bandini venivano dell’istituto magistrale, e hanno insegnato alle elementari. E uno dei più grandi scrittori del Novecento, Leonardo Sciascia, era un maestro elementare. Chi non vorrebbe aver avuto un tale maestro, nella scuola, indipendentemente dal titolo di studio?
Sarebbe opportuno riflettere su quanto, nella formazione della scuola primaria, dipende dalla formazione avuta e quanto dalle capacità dei singoli. L’intelligenza, la sensibilità, l’intuizione necessari a lavorare con i bambini, non sono qualità equamente distribuite tra gli esser umani. C’è chi ne ha molte, chi niente. Gli studi fatti c’entrano poco. Ai bambini non bisogna insegnare materie astruse, nozioni molto complesse, tecniche raffinate. Bisogna insegnare ad apprendere e ad avere a che fare con i libri, dove c’è tutto quello che serve. Un bravo maestro è uno che sa far incontrare i bambini con la cultura. Chi, indipendentemente dagli studi fatti, non lo sa fare, un bravo maestro non lo sarà mai.


martedì 27 giugno 2017

CHE DISGRAZIA, SE NON CI FOSSE IL FANTASTICO

Ho simpatia e stima per Edoardo Boncinelli per cui, quando ho visto che aveva pubblicato un articolo intitolato Contro il fantasy (La lettura, 25/6/2017), mi sono compiaciuto perché a me il fantasy, diciamo la verità, mi è sempre stato sullo stomaco. Ho un pregiudizio di fondo, lo confesso, ma le saghe di elfi e altri esserini magici, ambientate in società primitive, pretecnologiche, dominate da angosciose monarchie assolutistiche mi hanno sempre lasciato freddo e un po’ annoiato. Se anche Boncinelli mi sostiene in questa mia idiosincrasia, mi son detto, forse riuscirò a convincermi che sono nel giusto e che il mio non è un pregiudizio, per l’appunto.
Purtroppo non è andata così. Dopo un inizio brillante, e dopo aver giustamente distinto la fantasy dalla fantascienza, dove “gli eventi rispettano sempre un filo di coerenza tecnico-scientifica”, lo scienziato Boncinelli ha preso il sopravvento e si è lanciato in un’apostrofe che finisce per mescolare fantasy e fantastico in un giudizio estremamente negativo che, lo dico sommessamente, mi risulta poco convincente.
“Nelle storie fantasy”, argomenta Boncinelli, “tutto è magia, ovvero il contrario della scienza, in un crescendo di inverosimiglianza”. E continua dicendo che probabilmente questo rappresenta il massimo dell’evasione, e arriva a dire che il magico costituisce l’emblema del disimpegno e della deresponsabilizzazione, le stesse istanze che hanno portato il romanticismo a disintegrare l’illuminismo. La conclusione ha toni apocalittici, perché per Boncinelli non è difficile “trovare un nesso tra tutto questo e il dilagare del ricorso alle medicine alternative (…) e all’imperversare del complottismo come spiegazione degli eventi più diversi”.
Ora, è vero che una potente ventata di irrazionalismo ha colpito i nostri tempi, dal rifiuto dei vaccini alle scie chimiche, per passare, appunto, per i complotti più stravaganti e finire col ritenuto falso allunaggio del ’69. Ma attribuire la colpa di tutto questo alla letteratura fantastica mi sembra decisamente esagerato: non sarà invece il portato del sapere “disintermediato” che caratterizza la diffusione dell’informazione in rete? Perché la letteratura che è “tutto il contrario della scienza” non è intrattenimento irrazionale, ma un potente strumento per parlare della realtà con altri  mezzi. Basta pensare a cosa perderemmo se Poe non avesse scritto i suoi racconti fantastici, che cosa sarebbe il mondo senza Kafka, come potremmo vivere senza i poco razionali viaggi in ippogrifo di Ariosto, senza la magia del Prospero di Shakespeare, dei viaggi di Alice;  e non dimentichiamolo, del Pinocchio di Collodi.
Il fantastico ha le sue radici nei miti dell’antichità, si è sviluppato nei grandi poemi epici e ha continuato ad avere ampio spazio nel racconto e nelle fiabe popolari, per arrivare poi a maturazione col romanzo gotico e il romanticismo tedesco. E’ dunque quasi connaturato con la produzione narrativa e non è solo un modello letterario legittimo, ma vorrei dire quasi necessario.
Senza il fantastico la letteratura sarebbe soltanto realistica, e questo vorrebbe dire una drammatica rinuncia a immaginare, a confrontarci con universi diversi dal nostro, a sforzarci di trovare una logica anche dove apparentemente non c’è. Anche se si trattasse soltanto di un gioco, ricordo che Calvino sosteneva che il gioco è il grande motore della cultura; e anche della scienza, aggiungo io, e Boncinelli non potrà negarlo.
Né mi spaventa che i ragazzi delle ultime generazioni si siano formati sui racconti di Harry Potter. Che male c’è? Intere generazioni si sono costruite un universo di riferimento tra i pirati della Malesia (mai esistiti), negli improbabili viaggi del capitano Nemo, tra le straordinarie avventure raccontate da H.G.Wells; e non sono diventati né fanatici delle medicine alternative (almeno non tutti) né complottisti irriducibili.
Il fantastico è necessario perché noi siamo fatti di ragione e di emozione, di coscienza e di inconscio,di cultura e di pulsioni. E la letteratura fantastica, più o meno bella, racconta da sempre questa complessità, in modo allo volte allusivo, alle volte simbolico, alle volte pescando nei nostri sogni più reconditi. Ma serve, serve non a farci diventare disimpegnati e deresponsabilizzati, ma a sviluppare coscienza di sé.

Quando la bella bambina dai capelli turchini fa venire al capezzale del burattino tre medici, un barbagianni, un corvo e un grillo, che diagnosticano che “se il burattino non è morto è segno che è ancora vivo”, per poi lasciare spazio ai coniglioni con la loro piccola bara che si porterebbero via Pinocchio se non prendesse la medicina siamo, certo, nell’irrazionale più profondo. Ma quante cose ci dice, dopo averci intrattenuto e fatto ridere, quel passo. Che disgrazia, mamma mia, che disgrazia, se non esistesse la letteratura fantastica. 

                                                                                                   (Da "L'IMMAGINAZIONE, n. 301)

lunedì 26 giugno 2017

DALLA CRISI SI ESCE SOLO LEGGENDO

Parliamo di lettura. Discorso banale, ma partiamo da lontano. Quali sono i principali problemi del nostro paese? La stagnazione economica, le diseguaglianze sociali, la disoccupazione giovanile, il debito pubblico e l’immigrazione, diranno in molti. Problemi veri, con pesi diversi, ma tutti abitualmente delegati alla classe politica. Curiosamente, però, oltre a lanciare allarmi, né la stampa né i partiti sanno indicare ricette che non siano, stancamente, interventi di tecnica economica. Ma di quale sia l’effettiva origine, in particolare, del fatto che la stasi economica colpisce il nostro paese più della maggioranza degli altri paesi europei,  in realtà, non si occupa nessuno.
Per fortuna ci pensa Giuseppe Laterza, che da tempo studia i dati sulla correlazione tra la cultura e la crescita economica. L’ultima tabella che ha meritoriamente messo in circolazione ci dice che i paesi europei che hanno il maggior tasso di lettura, di istruzione e di ricerca sono gli stessi che hanno maggior crescita, più occupazione e redditi più alti. Bisogna fare attenzione, però, perché molti credono che i dati vadano letti a partire dai fattori economici, immaginando che, se la gente legge, studia e investe in ricerca, è perché è già ricca. Il ragionamento che si deve fare, invece, funziona al contrario: se non siamo ricchi è perché non leggiamo, non studiamo e non facciamo ricerca. E che tutte le ricette per ovviare alla crisi economica sono palliativi. L’unico modo per uscire dalla stagnazione è investire in cultura: produrre conoscenza, promuovere la lettura e convincere anche le aziende a fare ricerca, perché praticamente da noi ricerca la fa solo lo stato.
Vediamo i dati di Laterza. In Svezia, paese al vertice di tutti i parametri, c’è un 90% di lettori, sia pure occasionali. In Danimarca 82%, in Germania 79, in Francia 73 e via calando. In Italia il 56%; e temo sia una cifra ottimistica. Peggio di noi stanno solo Polonia, Bulgaria, Grecia e Portogallo. Non va meglio per la ricerca: in Francia si investe il 5,1% del PIL, in Germania il 2,5. Noi, solo l’1,1%. E per l’istruzione, al vertice c’è la Danimarca, con una spesa dell’ 8,5% del PIL, mentre noi arriviamo solo al 4,1.
Ora ci sarà qualcuno che dirà che Laterza fa il suo lavoro, è un editore, e cerca di convincerci che bisogna leggere di più perché così la sua azienda ci guadagna. Anche se fosse vero, non ci sarebbe niente di male. L’editore è un imprenditore e, se non ci guadagna, danneggia se stesso e gli altri. Il fatto è che la lettura dovrebbe essere un interesse collettivo perché è uno dei parametri che accompagna, e probabilmente produce, la crescita economica. Non è solo interesse degli editori, ma di tutti che in Italia si legga di più. Come si può immaginare che un paese, con la spietata concorrenza prodotta dalla globalizzazione, possa resistere senza cultura, saper fare, originalità di pensiero e intelligenza collettiva?
Immagino che anche qui ci saranno obiezioni: a leggere sono capaci tutti, ma non hanno tempo; escono troppi libri, e costano troppo. Scuse, le ho sentite mille volte. La realtà è che gli italiani, se non leggono, è perché non sanno farlo. Sanno leggere un articolo (non tutti), le istruzioni del telefono (mah, forse quelle neanch’io), ma un libro, un vero libro, di centinaia di pagine, non sono in grado di leggerlo perché non ne hanno mai letto uno. Ora, chi può insegnare agli italiani a leggere? E perché non dovrebbero bastare la scuola, l’abitudine quotidiana a leggere semplici notizie, e la lettura digitale, che negli ultimi anni è cresciuta esponenzialmente?
Nessuno ha la ricetta miracolosa. Certo è che per produrre nuovi lettori dovrebbero impegnarsi tutti: famiglie, scuola, università, mezzi di comunicazione di massa, social media, classe dirigente politica ed economica. Tutti, perché il mancato progresso intellettuale del paese è quello che ne impedisce lo sviluppo economico.
I metodi? Alcuni sono noti, altri si dovrebbero sperimentare. Ma cominciamo da quello che conosciamo: leggere ad alta voce ai bambini, avere in casa più di 100 libri, insegnare a frequentare librerie e biblioteche, far vedere che chi legge non è uno sfigato ma, anzi, ha più successo di chi non legge. Poi ci sono certamente altri strumenti, ma se non usiamo i più rodati, inutile pensare a come svilupparne altri.
Per concludere, se non c’è sviluppo è perché non c’è crescita intellettuale. Non investire nella lettura è suicida. Il prossimo governo inserisca nel suo programma lo stimolo alla lettura, metta all’ordine del giorno qualcosa, anche solo un appello alla nazione perché tutti abbiano qualche libro in casa. E’ scientificamente dimostrato che chi cresce in una casa dove ci sono libri ha il 50% di possibilità in più di avere successo nella vita.

Vale la pena, no? 

                                                                                              (Da "L'immaginazione, luglio 2017)

martedì 23 maggio 2017

La resistibile ascesa del priapismo letterario

“A forza di stare a contatto con i boschi e i sassi, avevano contratto il vizio del silenzio”. “Continuavano (…) a inabissarsi in quella voragine di abeti e di sterpi senza sapere come fare a trovare un biliardo, un bar aperto, a far accadere qualcosa dentro quel silenzio”. Mi ero annotato qualche frase di Marina Bellezza, il romanzo della Avallone uscito da Rizzoli qualche anno fa, perché mi era sembrato che la costruzione faticosa, lo stile, che voleva essere originale e suggestivo a tutti i costi, meritasse una riflessione. Ne ho incontrati altri, in questi anni, di testi che usavano una lingua pesante, troppo cerebrale per essere piacevole, articolata in espressioni volutamente arbitrarie, che piegavano la lingua in un contorcimento stridente e inutilmente fantasioso. Ma torno ancora alla Avallone: “Il buio si agitava nel vento, tra le ripe, tra i boschi, come una creatura viva”; il buio che si agita? Come una creatura viva? Mah. E quando i giovani protagonisti investono un cervo con la macchina: “Fu lo schianto feroce di un corpo fatto di lamiere contro un altro corpo ancora più duro”. Il cervo più duro della macchina? Difficile crederci. Sarà stata la licenza poetica. Ma più avanti non andava meglio: “Conosceva il linguaggio delle bestie, glielo aveva insegnato suo nonno da bambino. Sapeva che il linguaggio, senza parole, arriva a coincidere con la radice nuda delle cose”. Mamma mia.
Mi è tornato in mente questo filone di ricerca stilistica, oggi, prendendo in mano La compagnia delle anime finte, di Wanda Marasco, Neri Pozza, adesso candidato allo Strega. L’incipit suona così: “Si chiamava Vincenzina Umbriello e aveva portato questo nome come un boato nella casa sul vico Unghiato…”. Poco più avanti leggo: “il crollo generalizzato del panico sopra la carne con cui ha vissuto…”; e ancora: “i capelli impigliati a un perfetto silenzio…”; e più avanti: “una lampada immaginatrice”. Una lampada che immagina? E un nome portato come un boato? E come la mettiamo con il crollo del panico? E soprattutto i capelli che si impigliano al silenzio (al, non nel) sono veramente impressionanti. E mi sono detto: ma è come la Avallone, con il buio che si agita. E’ la stessa sintomatologia.
E ho pensato che la autrici, afflitte dallo stesso morbo, si devono esser congratulate con se stesse: che intensità, che coinvolgimento emotivo, che stile inventivo e potente. Mentre a me sembra soprattutto che usino una scrittura pesante, barocca, artificiosa, gonfia; direi erettile. Uno stile fortemente involuto, che sembra ideato apposta per nascondere un certo vuoto di idee e l’esilità degli intrecci, personaggi di poco spessore in una trama poco plausibile.
Una sorta di priapismo letterario. Sia ben chiaro, qui son due scrittrici per caso, non è un problema di genere: ne sono afflitti scrittori e scrittrici nella stessa misura. Un gonfiore stilistico che vuole dare al lettore la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di ardito e di unico; una prepotente assunzione del diritto di usare il dizionario stocasticamente, per ottenere il massimo stupore nel fruitore.
Certo, si potrebbe sostenere che Gadda faceva lo stesso, che la lingua la inventava anche lui, che piegava alle sue esigenze sintassi e terminologia. Ma innanzitutto era Gadda, e poi lo faceva con maestria inimitabile. Ma soprattutto con uno stile che aveva una sua coerenza interna. Oggi, invece, e non solo per le autrici qui citate, sembra ci sia una rincorsa a épater les bourgeois, ad avvolgerci in un vocabolario che si vorrebbe immaginifico, a sbalordirci con gli effetti speciali. 
Cosa sarà successo? Probabilmente il priapismo letterario nasconde carenza di maturazione personale, mancata metabolizzazione della complessità del carattere degli uomini, assenza della capacità di trasfigurazione narrativa dell’esperienza. Ma tutto questo, da solo, non produce lo stile rococò che si manifesta, ogni tanto, ai nostri giorni.

A ripensarci, forse, la causa di tutto si può intravvedere in uno dei più terribili accidenti che si sono abbattuti sui giovani del nostro tempo: il moltiplicarsi delle scuole di scrittura creativa. Non ne so molto, ma temo siano ambienti nei quali si insegna a costruire uno stile molto personale e peculiare, che distingua l’aspirante scrittore dalla piatta lingua che usano quelli che hanno qualcosa da dire e non si arrovellano nel tentativo di trasformarsi in novelli Joyce. Scuole che dovrebbero distribuire gusto e conoscenze, ma che rischiano di facilitare la diffusione di un morbo preoccupante, come tutti i priapismi. Ci vorranno vaccini, interventi chirurgici, terapie complesse; ma speriamo che, nel tempo, sia possibile debellare la malattia.   
L’ITALIA E’ IN DECLINO, ED E’ COLPA MIA

Ebbene sì, lo ammetto: scrivo con un po’ di astio. Ma ho aspettato apposta che passasse il tempo, che il risentimento si affievolisse, che le mie osservazioni non suonassero solo rivalsa e acredine vendicativa. Ma questa non la digerisco stesso. Vedete voi.
Il 21 febbraio di quest’anno, sulle pagine della cultura di Repubblica, Michele Ainis se n’è uscito con un articolo intitolato Il circolo vizioso delle leggi (e dei libri), in cui denunciava una drammatica decadenza della cultura come delle istituzioni nazionali. E alla base di questa decadenza (“Le prove? Basta volgere lo sguardo sulla pubblicistica…”) ci sarei io, con i miei Centolibri, un volume di tre anni fa che, per i molti che non ne sanno giustamente niente, elencava e riassumeva i classici più popolari in Italia.
Il ragionamento di Ainis, grosso modo, era questo: oggi i libri non parlano più della vita, ma si limitano a rimasticare pagine già scritte, raccontando male storie che, così, non servono più a nulla. Così i libri diventano autoreferenziali, citano dei titoli a caso, e magari dimenticano l’Odissea. E non sono romanzi che parlano di altri romanzi, come quelli di Calvino o di Borges, ma proprio libri che parlano di altri libri. Uno scandalo.
Per fortuna che per Ainis condivido questa grave responsabilità con Nick Hornby, Gian Arturo Ferarri e altri autori ben più importanti di me. Ma il risultato è lo stesso, perché Ainis sostiene che, di questo passo, con l’affermarsi di libri “falsi, artificiosi, che trasudano d’un sapere libresco” (per forza: libri che parlano di libri non possono che essere libreschi), la letteratura perde forza narrativa, e “fuori lo sguardo si allarga su un deserto”. Ora attenzione, il passo successivo è importante: “Ne è prova l’impoverimento della nostra sfera pubblica”. E qui Ainis descrive l’assenza di progettualità, la povertà del dibattito pubblico, il vaniloquio dei programmi tv, l’uso proprietario dello stato da parte di partiti e l’eccessivo numero di leggi in vigore. Qui la dura accusa: “Il cerchio di chiude: se i libri parlano di libri, anche i politici parlano soltanto dei politici”. Conclusione: nessuno scriverebbe più i Finnegan’s Wake, perché oggi la moda è il libro sul libro.
Ora, chi ritenesse che il passaggio dall’esistenza di libri mediocri al declino delle istituzioni in Italia sia un salto logico, sbaglia: si può benissimo dire che il declino della cultura finisce per riverberarsi nel declino dello stato. Personalmente sono tanto d’accordo che lo predico (inutilmente) da anni.
Quello che a me sembra davvero difficile da sostenere è che l’esistenza di libri che parlano di libri sia un fattore di declino. E quando sarebbe cominciato? Con Fozio, che elencava diligentemente i libri della sua biblioteca, o bisogna arrivare a De Santis, Croce, o alla critica contemporanea?
E’ dall’antichità che, per nostra fortuna, ci si interroga sul valore e sulla capacità di trasmettere conoscenza dei libri che ci hanno preceduti. Il fatto che ci siano libri che parlano di libri non soltanto non è un sintomo di declino, non soltanto non impedisce che nascano nuovi Joyce, e che si sperimenti tutto lo sperimentabile, ma  è anche il segno che la cultura è viva, perché i libri che parlano di libri sono semplicemente la garanzia che i libri non muoiano, vengano riletti e analizzati, e rivivano nella loro continua rivisitazione critica.

Non vale, probabilmente, per i miei Centolibri: troppo poca cosa persino per l’attenzione che Ainis dedica loro. Ma poco male. Quello che credo di poter affermare è che, se l’Italia è in declino, non è colpa mia. Ne sono quasi sicuro.